Peter Fonagy, Ph.D., F.B.A.
Joseph Sandler è stato lo strumento che ha determinato quella che Ogden (1992) ha chiamato “la rivoluzione silenziosa” nella teoria psicoanalitica nell’arco degli ultimi decenni. I risultati del suo lavoro rispecchiano la sua capacità di mettere insieme la ricerca pratica con il più alto livello di comprensione della teoria psicoanalitica. Partendo dagli schemi di riferimento più tradizionali del suo training formativo, Sandler, gradualmente, ha elaborato una complessa integrazione della psicologia dell’Io con la teoria delle relazioni oggettuali che stava diventando sempre più importante. Durante tutto questo processo, Sandler ha sempre cercato di tenere la teoria legata alla pratica clinica. Mentre molti analisti solo a parole tengono in considerazione l’intima relazione tra teoria e pratica, Sandler, usando l’Hampstead Psychoanalytic Index come suo schema di riferimento, ha ricercato l’applicabilità dei concetti psicoanalitici al setting analitico. Questo ha portato alla riconcettualizzazione di alcuni concetti fondamentali della psicoanalisi. La sua formazione come psicologo sperimentale lo aiutò ad avere una nuova prospettiva sui concetti tradizionali, che egli mantenne inalterati o modificò sulla base della ricerca pratica. La sua formazione intellettuale è stata influenzata anche dall’essersi impegnato nello studio dello sviluppo infantile all’Anna Freud Centre.
UNA VISIONE DEI CONTRIBUTI CHIAVE DI JOSEPH SANDLER
Per passare in rassegna adeguatamente i contributi psicoanalitici di Sandler sarebbe necessaria quell’abilità a fondere e sintetizzare concetti psicoanalitici diversi che probabilmente solo Sandler stesso aveva. Di seguito, sono messi in rilievo alcuni dei più importanti contributi di Sandler per incoraggiare i lettori a esplorarli ulteriormente da sé stessi.
Rappresentazione e Affetti
Il Mondo Rappresentazionale
Il più importante concetto psicoanalitico introdotto da Sandler è il suo schema di riferimento per il mondo rappresentazionale. Esaurientemente descritto in un articolo pubblicato con Bernard Rosenblatt (Sandler e Rosenblatt, 1962), il concetto di mondo rappresentazionale aveva in precedenza costituito lo sfondo per il suo articolo sul super-Io (Sandler, 1960c), come pure per altri (p.e., Sandler, 1962). Il concetto di mondo rappresentazionale di Sandler ha le sue radici, tra gli altri, nel lavoro di Piaget (1936, 1937), nel concetto di Jacobson di rappresentazione del Sé (1953a, b, 1954a, b, c) e nella nozione di schema corporeo di Head (1926). Il mondo rappresentazionale è uno di quell’insieme di modelli psicologici che ottennero il giusto riconoscimento con la rivoluzione cognitiva in psicologia, stimolata dalle analogie tra la mente umana e i computers digitali, molto tempo dopo l’adozione del concetto da parte di Sandler. L’uso nel cognitivismo dell’idea di rappresentazione mentale ha condotto gli psicologi psicodinamicamente orientati, come pure gli psicoanalisti, ad adottare questa nozione di Sandler come lo schema di riferimento principale per la concettualizzazione della rappresentazione interna delle relazioni oggettuali (p.e., Bowlby, 1973, 1978, 1980; Kernberg, 1976; Stolorow e Atwood, 1979; Stern, 1985; Blatt e Behrends, 1987; Horowitz, 1991; Western, 1991).
Il modello di funzionamento interno di Sandler precede ma assomiglia alla formulazione di Bowlby. Entrambi hanno un debito intellettuale con la rivoluzione cognitiva in psicologia dell’inizio degli anni sessanta (Gardner, 1985). Entrambi i modi di vedere le rappresentazioni delle relazioni consistono “in sostanza, di un complesso di aspettative in relazione alla comparsa e alle attività della madre” (Sandler, 1960c, pag. 147). Nella descrizione di Sandler (1962), le rappresentazioni del Sé e le altre rappresentazioni hanno una “forma” e hanno una componente affettiva critica che aiuta a organizzare e integrare sensazioni e percezioni provenienti dall’esperienza interpersonale. Una volta che si è formata una rappresentazione del Sé, può essere stabilita anche una rappresentazione dell’oggetto. La metafora di Sandler collega il modello rappresentazionale con la teoria strutturale: l’Io è il teatro e le rappresentazioni sono i personaggi sul palco. Siamo consapevoli dei personaggi che recitano il dramma ma ignoriamo beatamente il sostegno essenziale richiesto per mettere in scena la rappresentazione.
Questa idea ha messo Sandler nella possibilità di differenziare alcuni concetti psicoanalitici di base. Per esempio, nell’introiezione c’è un cambiamento di status della rappresentazione dei genitori che non implica un cambiamento della rappresentazione del Sé. Nell’incorporazione, d’altra parte, la rappresentazione del Sé cambia per assomigliare all’immagine percepita dell’oggetto. L’identificazione è una momentanea fusione della rappresentazione del Sé con la rappresentazione dell’oggetto che preservano i loro confini e la loro separazione. Un desiderio istintuale può essere visto come una temporanea modificazione della rappresentazione del Sé o dell’oggetto; i conflitti possono essere il risultato dell’esclusione di queste rappresentazioni dalla coscienza. Le difese danno un nuovo ordine ai contenuti del mondo rappresentazionale (p.e., la proiezione modifica la forma della rappresentazione dell’oggetto in modo che possa assomigliare alla rappresentazione inconscia del Sé). Allo stesso modo, il narcisismo primario è l’investimento libidico della rappresentazione del Sé; l’amore oggettuale è il trasferimento di quest’investimento sulla rappresentazione dell’oggetto. Il narcisismo secondario è il ritiro dell’investimento libidico dalla rappresentazione dell’oggetto alla rappresentazione del Sé.
Nei suoi primi articoli, Sandler non vedeva nessuna discordanza tra la nozione di mondo rappresentazionale e la metapsicologia freudiana. Ma, il meticoloso e sistematico sviluppo dello schema di riferimento del mondo rappresentazionale fa essere quest’ultimo il principio base della “rivoluzione silenziosa” del pensiero psicoanalitico. Egli non è stato il primo a portare implicitamente la psicoanalisi in linea con le scoperte delle altre scienze della mente (p.e., Jacobson, 1964), ma è stato il primo a fare ciò offrendo una comprensiva concettualizzazione alternativa della psicoanalisi senza contemporaneamente pretendere di aver reinventato l’intera disciplina. Questo equilibrio d’innovazione radicale rivestito da innovazione minimalista è ciò che ha contraddistinto il brillante contributo di Sandler.
Il concetto di Stati Affettivi
Sandler ha modificato la teoria psicoanalitica ponendo al centro della teoria della motivazione gli stati affettivi piuttosto che l’energia psichica. In un capitolo sul ruolo degli affetti nella teoria psicoanalitica, Sandler (1972a) dichiara inequivocabilmente che “mentre pulsioni, bisogni, forze emotive, e altri influssi che provengono dall’interno dell’organismo sono molto importanti nel determinare il comportamento, dal punto di vista del funzionamento psicologico essi esercitano i loro effetti attraverso dei cambiamenti nei sentimenti” (pag. 296). Sandler intende l’intero contenuto ideativo del campo esperienziale come impresso dentro una matrice di stati affettivi che dirigono tutti gli adattamenti.
Questo rilievo dato agli stati affettivi ha creato un ponte tra le teorie classiche delle pulsioni e le teorie delle relazioni oggettuali. L’assunto di Sandler che gli stati affettivi sono esperienze soggettive che rappresentano uno stato del Sé in relazione a un’altra persona ne fu la chiave. Molti autori (p.e., Stern, 1985; Emde, 1988) che hanno creativamente contribuito allo studio delle relazioni d’oggetto, in particolare i rapporti precoci madre-bambino, hanno fatto un uso estensivo del modello di Sandler, fino a creare un’alternativa alle descrizioni, poco appropriate, della teoria pulsionale.
Nel 1978, nella sua conferenza sui desideri inconsci e le relazioni umane Sandler ha reso esplicita la sua convinzione di come il desiderio sia l’elemento base del discorso psicoanalitico, mentre istinti e pulsioni sono tendenze psicologiche di base. In articoli successivi (p.e., Sandler e Sandler, 1978), la rottura con la teoria pulsionale classica si è resa esplicita. Sandler ha tracciato il percorso storico delle sue idee in un articolo distribuito a New York nel 1985 (Sandler, 1989). Secondo lui, gli affetti spingono i desideri che, uno dopo l’altro, spingono all’azione e questo potrebbe essere visto alla radice del conflitto. Era ora in corso, un distacco sempre maggiore dagli aspetti più meccanicistici della psicologia dell’Io tradizionale, un processo che culminato nel rigetto definitivo della visione tradizionale (Schafer, 1976, 1978). Forse, Sandler è stato uno dei primi a focalizzare la teoria della motivazione come costruita sugli stati affettivi piuttosto che sulle pulsioni, ma, sicuramente, non è stato l’unico. Tra chi ha contribuito a questo mutamento, ci sono state molte delle figure più importanti nel campo della psicopatologia del bambino (Spitz, 1965; Emde, 1980a, b) e delle scienze cognitive (Rosenblatt e Thickstun, 1970, 1977; Peterfreund, 1971), come pure pionieri nel lavoro psicoanalitico che si sono occupati dei severi disturbi di personalità negli adulti (Kernberg, 1975, 1976; Masterson, 1985). Sandler è stato unico nella sua capacità di mantenere un contatto, senza fratture, con il lavoro di Freud e nell’impegno a conservare i principali elementi della “vecchia” metapsicologia quando essi si dimostravano utili e produttivi.
Il Super-Io, l’Ideale dell’Io e il Sé Ideale
In un articolo cruciale e ben conosciuto, Sandler (1960c) ha rivisitato radicalmente il concetto di Super-Io. Ha introdotto il concetto di “schema superegoico preautonomo”, modificando le formulazioni freudiane classiche e le nozioni kleiniane di Super-Io (p.e., Klein, 1927, 1933, 1958), spiegando come i bambini preedipici possano sviluppare un comportamento morale collegato all’oggetto. Cosa ancora più importante, ha dimostrato che il Super-Io contiene aspetti di approvazione e di permissività, come pure di proibizione, che danno al bambino, come background, un sentimento di essere amato. La strutturazione del Super-Io rimane associata al complesso di Edipo e implica la capacità di evocare questi stati affettivi senza la presenza dell’oggetto parentale.
Uno dei risultati dell’elaborazione del materiale dei casi dell’Indice Hampstead è stata la scoperta, da parte di Sandler insieme ad Alex Holder e Dale Meers (Sandler, Holder e Meers, 1963), di ambiguità, ancora maggiori, nel concetto di Ideale dell’Io (p.e., una coscienza, una rappresentazione ideale del Sé e introietti parentali ideali). Applicando il modello di mondo rappresentazionale, suggeriscono di considerare l’Ideale dell’Io come una versione del Sé che ha la forma desiderata dal Sé stesso. Questa rappresentazione si sviluppa come compromesso tra la desiderata gratificazione istintuale e il bisogno del bambino di mantenere l’amore e l’approvazione dei genitori o degli introietti. La discrepanza tra il Sé e la rappresentazione del Sé Ideale è vista come inversamente proporzionale alla stima di sé. La vergogna, per esempio, può insorgere dal fallimento “di vivere secondo degli standard ideali” (Sandler e al., 1963, pag. 157), mentre la colpa deriva da una differenza percepita tra il Sé Ideale e il Sé dettato dagli introietti.
Dolore e Depressione
In due articoli, Sandler e Joffe (Joffe e Sandler, 1965; Sandler e Joffe, 1965a, b) hanno riesaminato la depressione dalla prospettiva del mondo rappresentazionale. Nei loro lavori argomentano che, in precedenza, il termine depressione è stato usato, in modo impreciso, senza fare una distinzione tra stati di infelicità, di sofferenza (dolore) e la depressione come risposta affettiva. Sostengono che il dolore psichico può essere considerato come la discrepanza tra uno stato attuale del Sé e uno stato ideale basato su memorie o fantasie. Questa discrepanza è considerata come il fattore comune a tutte le forme di dispiacere, inclusa l’angoscia. L’aggressività è la risposta normale a una tale discrepanza.
L’individuo sviluppa gradualmente un riconoscimento della realtà che comporta, inevitabilmente, l’abbandono degli stati di soddisfazione goduti precedentemente e delle esperienze magiche e onnipotenti – nel migliore dei casi con un dolore minimo. Rinunciare agli stati ideali può avere molte più analogie con il processo del lutto piuttosto che con la depressione. In ogni caso, gli stati ideali di benessere implicano, sempre, delle rappresentazioni mentali dell’oggetto. La perdita dell’oggetto può allora essere utilmente considerata come la perdita di uno stato del Sé per il quale l’oggetto è uno strumento. La risposta depressiva può subentrare quando l’individuo non risponde al dolore psichico con un’adeguata scarica di aggressività. La risposta adattativa è l’individuazione, un processo di elaborazione che implica l’abbandono della ricerca di quegli stati ideali, adottandone degli altri che sono più adeguati alla realtà. Questo processo è presente in tutta la vita ma è tipico di particolari fasi dello sviluppo che sono determinate biologicamente e culturalmente.
La risposta depressiva – la capitolazione di fronte al dolore – è l’opposto dell’individuazione. È una risposta disadattativa poiché può, sì, attutire il dolore psichico grazie all’inibizione a cui è associata, ma “non tende alla guarigione” (Joffe e Sandler, 1965, pag. 423). La depressione è, così, il percorso finale comune a un’ampia serie di effetti che possono includere fattori costituzionali, ambientali e intrapsichici.
Il Background della Sicurezza
In una presentazione del 1959, Sandler (1960a) ha introdotto il concetto di background della sicurezza, un concetto rivoluzionario che colloca l’Io in un contesto positivo di ricerca del massimo livello di sicurezza o di protezione, piuttosto che vederlo come una struttura preposta a evitare l’ansia. Benché Sandler riconosca la complementarietà inversa tra angoscia e sicurezza, egli mostra come la ricerca della sicurezza sia un costrutto, compatibile con la teoria delle pulsioni, che sovrasta tutto e che ha la capacità di organizzare difese, percezioni e fantasie. In aggiunta, Sandler riafferma lo status delle pulsioni istintuali come “primo motivatore del comportamento” (pag. 365). Tuttavia, il concetto sicurezza costituisce un quadro motivazionale che è riconducibile molto di più alla tradizione delle relazioni oggettuali interpersonali, piuttosto che al più semplice modello della teoria delle pulsioni.
Certi modelli percettivi possono rappresentare la sicurezza, perciò, il successo può essere percepito come una minaccia e il fallimento può essere collegato a sentimenti di familiarità e di sicurezza. Pertanto, il sentimento di sicurezza può tenere in nessun conto il dispiacere derivante dal dolore e dalla sofferenza. Il concetto, apparentemente semplice, di sicurezza, non si è dimostrato essenziale solo nell’elaborazione della teoria delle relazioni d’oggetto di Sandler, ma è stato importante anche per altri campi. Per esempio, in un articolo successivo, Joffe e Sandler (1968) lo hanno applicato al concetto di autonomia, che è vista come un’immagine riflessa della serie di strategie che è utilizzata per mantenere il proprio sentimento di sicurezza di base, di fronte alle minacce della sua distruzione provenienti dalle pulsioni, dal Super-Io e dal mondo esterno.
Il concetto di sicurezza di Sandler assomiglia all’istinto di attaccamento di Hermann (1923) e al concetto di sicurezza di base di Bowlby (1973), ma, per questi autori, la sicurezza è una forza biologica,[2] mentre per Sandler essa è qualcosa di differente e manca dell’eccitamento normalmente associato alla gratificazione pulsionale. Infatti, Sandler (1989) si è opposto alle loro asserzioni, dimostrando come la spinta a mantenere sentimenti di benessere e sicurezza sia più forte anche della gratificazione pulsionale, tanto da tenere a freno, quest’ultima, nel momento in cui la sua espressione può comportare un pericolo. Il concetto di background della sicurezza è l’esempio più radicale del ripensare la motivazione, da parte di Sandler, in termini di stati d’animo piuttosto che in termini di pulsioni.
Una Teoria del Trauma
Sandler (1967), spinto, in parte, dalla difficoltà di definire il trauma in termini certi, come un’esperienza intrapsichica di essere sopraffatti oppure come una particolare categoria di eventi esterni, ne ha rivisto il concetto. In questo importante lavoro di progresso teorico, ha specificato che i postumi patologici di un trauma non dipendono dall’iniziale esperienza d’impotenza del bambino di fronte all’evento, ma, piuttosto, dalla sua condizione post-traumatica. Egli ha suggerito che le sequele cliniche di un trauma possono essere dovute al mantenersi della tensione nell’Io determinata principalmente dal grado di conflitto interno che permane dopo l’evento traumatico, la qual cosa, mutila la crescita della personalità e porta allo sviluppo di patologie borderline, delinquenziali o psicotiche.
Il Modello Psicoanalitico di Base
Il lavoro di Sandler e Joffe ha avuto il suo culmine in un articolo (Sandler e Joffe, 1969) sul modello psicoanalitico di base, in cui hanno introdotto un certo numero di distinzioni cruciali nella psicologia psicoanalitica. Forse la più importante è stata la differenziazione tra mondo esperienziale e mondo non-esperienziale nella teorizzazione psicoanalitica. Mentre il primo termine si riferisce al modello rappresentazionale di Sandler e Joffe, il secondo implica meccanismi, strutture e apparati. Il mondo non-esperienziale è innatamente inconscio, benché esso non sia rimosso o inibito dinamicamente. La distinzione tra fantasia (conscia o inconscia) e funzione organizzatrice sottostante (il fantasticare) ne è un evidente esempio.
Il modello chiarisce che l’agente del cambiamento non è fare l’esperienza; il cambiamento è determinato da strutture del mondo non-esperienziale, che causano cambiamenti corrispondenti in quello esperienziale. Così, la rappresentazione del Sé non può essere di per sé un agente modificativo, ma è un’entità che determina il modo in cui agiscono i meccanismi della mente. Questo articolo pone il modello di Sandler in una posizione relativamente chiara di fronte alla dicotomia di Greenberg e Mitchell (1983) tra modello pulsionale e modello relazionale. Il modello di Sandler pone le formulazioni relazionali dentro la cornice di una psicologia strutturale, anche se notevolmente modificata rispetto a quella di Freud, Hartmann, Kris, Loewenstein e Rapaport. Nel modificare la teoria strutturale, Sandler si rifiuta di abbandonare l’ambizione della psicoanalisi di essere una psicologia generale delle strutture e dei processi mentali di base.
In articoli successivi, Sandler ha largamente utilizzato quest’importante distinzione. Per esempio, in un articolo su “La Struttura degli Oggetti Interni e Relazioni Oggettuali Interne” (Sandler, 1990), ha reso chiaro il suo modo di vedere gli oggetti interni come “strutture” del mondo non-esperienziale, benché costruiti sulla base dell’esperienza soggettiva, conscia o inconscia. Una volta create, queste strutture non-esperienziali possono modificare l’esperienza soggettiva, inclusa la percezione che il bambino ha degli oggetti attuali. La distinzione tra mondo esperienziale e mondo non-esperienziale resta un concetto chiave per Sandler. Nel suo ultimissimo articolo, presentato in occasione dell’ottantesimo compleanno di Hanna Segal, parla del tentativo della dr.ssa Segal di collegare il modello linguistico di Chomsky al concetto di fantasia inconscia. Sandler è, qui, molto acuto nel mettere in evidenza che la struttura profonda dell’inconscio è interamente non-esperienziale.
Da una prospettiva un po’ diversa, ho avanzato l’opinione, insieme con altri colleghi, che il cambiamento psichico può essere compreso come qualcosa che accade su due livelli. Cambiamenti relativamente rapidi sono i cambiamenti di rappresentazioni mentali, cambiamenti della forma della rappresentazione del Sé, della rappresentazione degli altri, o i collegamenti tra le due. Questo corrisponde al mondo esperienziale di Sandler. Il cambiamento psichico capita anche a livello dei processi mentali. I processi mentali sono i meccanismi psicologici che generano le rappresentazioni mentali. Abbiamo usato la metafora di uno strumento musicale: la melodia è la rappresentazione mentale, lo strumento è il processo mentale. I cambiamenti nei processi mentali sono per definizione non esperibili. Tra le modifiche della forma generale, della qualità, della coerenza e integrità di una particolare categoria di rappresentazioni mentali, sono rilevanti, per esempio, quelle associate con gli affetti, con le percezioni dell’oggetto e con i contenuti della mente in sé e nell’altro. Questi cambiamenti non-esperienziali sono ottenuti a caro prezzo, ma, forse, sono i più durevoli e si collegano alla tradizionale formulazione di cambiamento strutturale.
Rappresentazioni delle Relazioni Oggettuali Passate e Presenti
Attualizzazione e Risposta di Ruolo
Un concetto chiave nella seconda fase degli scritti di Sandler è quello di attualizzazione, nel senso di “rendere reale” o “realizzare in azione”.
Sandler (1976b) intravede le radici del concetto di attualizzazione nel settimo capitolo dell’Interpretazione dei Sogni di Freud (1900), dove l’appagamento di desiderio in fantasia è visto come una ripetizione della percezione collegata alla soddisfazione del bisogno. Sandler suggerisce che sognare procura soddisfazione perché il sognatore osserva il proprio sogno, raggiungendo così un’identità di percezione.
Sandler ha fatto uso eccellente del concetto di attualizzazione in un articolo sulla risposta di ruolo che appare all’incirca nello stesso periodo (1976a). In questo lavoro di notevole influenza, egli mostra come il desiderio dei pazienti di attualizzare una fantasia inconscia crei la relazione di ruolo. Essi pongono sé stessi e l’analista in una specifica relazione che attualizza una serie di bisogni e di difese. Il paziente tenta di agire sul mondo esterno per determinare dei cambiamenti volti a renderlo conforme alla sua fantasia inconscia. Sandler (1967a) suggerisce che gli analisti dovrebbero permettersi una “rispondenza libera e fluttuante”, per mezzo della quale accettare – almeno in parte – e riflettere sul ruolo a loro assegnato e farne buon uso per la comprensione dei loro pazienti. Qui è d’importanza cruciale quella parte della mente del paziente che è deputata all’esplorazione e alla comprensione della situazione analista-paziente nella sua totalità, poiché è l’intera relazione di ruolo che rappresenta l’identità di percezione con la fantasia inconscia. Il controtransfert può allora essere inteso come una parte di questo processo, che va di là della situazione clinica e riflette il normale funzionamento inconscio della mente.
Relazione Oggettuali Interne
In un articolo che pone le basi per importanti sviluppi, scritto con Anne-Marie Sandler (1978), Joseph Sandler ha dimostrato l’immenso valore euristico della loro ampliata idea di motivazione. Lo schema di riferimento fornito dalla rappresentazione e dal concetto d’identità di percezione offre una nuova e ingegnosa teoria delle relazioni oggettuali interne. Egli mostra come le fantasie di desiderio siano rappresentate da interazioni tra Sé e oggetto, il cui scopo principale è di determinare uno stato affettivo primario “buono”, tenendo a distanza quello cattivo. In questo modo, nella rappresentazione mentale che concretizza il desiderio, l’oggetto gioca un ruolo importante, quanto quello del Sé. Quindi, le relazioni oggettuali non sono solo il soddisfacimento di desideri istintuali, ma anche dei bisogni di sicurezza, di rassicurazione e di conferma. Questi bisogni, anche se, talvolta, in forma molto mascherata, si accompagnano all’attualizzazione della relazione infantile desiderata.
Le relazioni manifeste sono derivati delle sottostanti relazioni di ruolo di fantasie di desiderio. Poiché queste rappresentazioni si rinforzano durante il corso dello sviluppo, la personalità si forma e l’individuo diventa sempre più rigido nelle richieste di ruolo, per sé e per gli altri. In questo modo, i tratti di carattere possono essere compresi come strutture ben stabilizzate di risposte di ruolo che attualizzano la rappresentazione di una relazione desiderata, che a sua volta è il derivato di una presente fantasia inconscia (Sandler, 1981).
Le strutture psicologiche che rappresentano queste relazioni desiderate non sono semplici percezioni dell’interazione tra il bambino e i genitori. Le percezioni di queste relazioni sono soggette alle trasformazioni difensive che derivano dal bisogno dell’Io di gratificare i desideri inconsci, ma anche di difendersi da loro. Le modificazioni difensive si manifestano in risposta alle sottostanti rappresentazioni mentali intrapsichiche. Poiché le strutture che danno forma al Sé e alle altre rappresentazioni interne sono in parte determinate dalla vita di fantasia del bambino, l’oggetto, così come è rappresentato nella mente del bambino, è una distorsione che a volte deriva quasi totalmente dalle costruzioni di fantasia. L’immagine dell’oggetto può essere distorta affinché essa possa rappresentare degli aspetti scissi dell’immagine inconscia del Sé che normalmente farebbero insorgere sentimenti spiacevoli (p.e., senso di colpa o vergogna). Così, la relazione manifesta, che appare nel setting psicoanalitico (o nelle relazioni di tutti i giorni), è molto spesso una versione, fortemente mascherata, di una fantasia inconscia – originariamente rappresentata in termini di relazione – piuttosto che una semplice ripetizione di modelli interiorizzati di relazioni interpersonali. Tuttavia, il modello interno che ne risulta può servire a creare l’illusione che l’oggetto d’amore sia presente.
La straordinaria utilità di questo schema di riferimento è ben evidenziata dalla sua capacità di fornire una soddisfacente spiegazione degli aspetti più sconcertanti del comportamento umano. Molti “dialoghi”, come li chiama Sandler (1990), tra il Sé e l’oggetto sono estremamente dolorosi eppure paradossalmente mantenuti dai pazienti. Egli evidenzia che essi procurano sicurezza perché permettono al paziente di continuare a sentire la presenza dell’oggetto. Sono necessari, anche se colpevolizzanti o persecutori, perché, in fantasia, l’oggetto interno, attraverso questa sua presenza, può continuare a funzionare come l’incarnazione di aspetti inaccettabili della rappresentazione del Sé, aumentando, così, l’esperienza di totale sicurezza dell’individuo in condizioni di economia mentale degli affetti. In più, la loro continuità può accrescere la sicurezza anche solo grazie alla familiarità della loro presenza.
Identificazione Proiettiva
La formulazione dell’identificazione proiettiva fatta da Sandler (1987) è un tentativo, particolarmente proficuo, di collegare un dominante concetto kleiniano al sofisticato punto di vista rappresentazionale, ora generalmente adottato dalla maggior parte dei teorici. Sandler presenta delle osservazioni cliniche in cui lo psicoanalista fa esperienza di sentimenti attribuibili, più appropriatamente, al paziente e che sono una fantasia di desiderio del paziente stesso, che include l’analista. La fantasia implica, nella mente del paziente, una modificazione della rappresentazione dell’oggetto, in modo che esso contenga aspetti non voluti della rappresentazione del Sé. Per realizzare tale fantasia, il paziente cerca di far sì che il comportamento dell’analista sia conforme alla rappresentazione distorta. Mantenere i confini tra Sé e oggetto è essenziale affinché questo meccanismo possa adempiere la sua funzione difensiva di dissociare da aspetti non desiderati del Sé, mantenendo l’illusione di controllarli grazie al controllo dell’oggetto.
Questo concetto può anche essere illustrato nel contesto della trasmissione trans generazionale delle rappresentazioni che si evidenzia nell’infanzia (Fraiberg, Adelson e Shapiro, 1975; Sandler, 1994). La relazione che la madre stabilisce con il suo bambino è basata sulla rappresentazione che lei ha delle sue passate relazioni di attaccamento. Nel rapportarsi con lui, la madre può modificare la rappresentazione del suo bambino, rendendola identica a un aspetto di sé non desiderato. Può, allora, fare in modo che il bambino si comporti compatibilmente con le sue rappresentazioni distorte. Naturalmente, questo processo opera in entrambi i sensi; di quando in quando, il bambino può essere obbligato a distorcere le rappresentazioni che ha di chi si cura di lui in modo da affrontare affetti difficili da governare e a determinare negli adulti reazioni comportamentali che confermano l’esattezza delle sue rappresentazioni mentali. Questo modello di rappresentazione è fondamentalmente dinamico, poiché, ciò che il bambino sente come ingovernabile non è per nulla assoluto, ma, piuttosto, dipende fortemente da ciò che è sentito ingovernabile e inaccettabile in lui, da chi se ne prende cura. Gradatamente, attraverso questo processo, la rappresentazione del Sé del bambino può assomigliare, sempre più, a quella di chi ha cura di lui. Il processo dialettico che c’è, internamente, tra la rappresentazione del Sé e le altre rappresentazioni (dentro lo schema delle rappresentazioni delle interazioni tra loro) favorisce, in entrambi gli individui, un complesso di rappresentazioni della medesima forma.
Abbiamo trovato il modello di Sandler dell’identificazione proiettiva molto prezioso per la comprensione dell’attaccamento disorganizzato. Sandler non fa distinzioni tra l’identificazione proiettiva in cui è in gioco la rappresentazione interna di una relazione da quella, più primitiva, in cui una parte non accettata del Sé è sentita all’esterno piuttosto che all’interno. Altrove, abbiamo suggerito che un modello dialettico dello sviluppo del Sé, dove il Sé è visto come modellato dal rispecchiamento dell’altro (Davidson, 1980; Cavell,1994), genera, inevitabilmente, una struttura del Sé disorganizzata e frammentata quando l’altro non è perfetto in questa riflessione del Sé. Siccome questo è quello che, quasi invariabilmente, succede è impensabile che la struttura del Sé possa essere senza difetti. In genere si ritiene che quando questo rispecchiamento risulta difettoso, ciò che è internalizzato (introiettato) nel Sé è l’altro, che, però, è vissuto come una parte del Sé (Winnicott, 1956; Jacobson, 1964). L’esternalizzazione di questa parte aliena del Sé, attraverso il meccanismo dell’identificazione proiettiva, è rassicurante perché tale parte scissa del Sé può essere esperita come se fosse al di fuori, nell’oggetto che è controllato e spinto a essere in linea con la proiezione voluta (Fonagy e al., 2002). In questo contesto, il senso di sicurezza che può fornire l’esperienza di vedere una parte disturbante di sé stesso al di fuori, anziché dentro di sé, può essere molto più importante della relazione che è stata creata con l’identificazione proiettiva. Abbiamo suggerito che più sono disorganizzate le relazioni precoci di attaccamento, più è frammentata la struttura del Sé, più l’identificazione proiettiva avrà una semplice funzione di evacuazione, piuttosto che di creare una relazione di ruolo in cui è esternalizzata una relazione tra sé e l’altro.
Il Modello delle Tre Scatole
In una serie di dotti articoli pubblicati negli anni settanta, Sandler e i suoi collaboratori (principalmente Alex Holder e Chris Dare) hanno fatto il tentativo più coerente, nella storia della disciplina, di definire gli schemi di riferimento della psicoanalisi classica (Sandler, Holder e Dare, 1972, 1973a, b, c, 1975, 1976; Sandler, Dare e Holder, 1972b, 1974, 1978, 1982; Sandler, 1974). Questo lavoro è culminato in un importante articolo di Sandler e Sandler (1984) che mette in evidenza le incongruenze che sono sorte come diretta conseguenza dell’uso corrente di questi schemi di riferimento incompatibili tra loro.
Sandler e Sandler (1984) propongono uno schema di riferimento molto più coerente nel distinguere due aspetti del funzionamento inconscio. Il primo sistema o “scatola” consiste in “quelle reazioni infantili, desideri o fantasie di desiderio infantili, che si sono sviluppate precocemente nella vita e sono il risultato di tutte le trasformazioni avvenute durante quel periodo, per opera delle attività difensive e d’altri processi modificatori.” (p. 418). Questo sistema è il bambino dentro l’adulto, primitivo, in termini di struttura mentale, ma in nessun modo limitato alle sole pulsioni sessuali e aggressive.
Sandler e Sandler (1987) vedono il sistema come costituito da fantasie inconsce d’appagamento di desiderio, di risoluzione di problemi, di rassicurazione e d’aspetti difensivi. In verità, esso incarna l’Io del bambino piccolo, come pure la struttura del Super-Io dei primi anni. Dal punto di vista della raffinatezza cognitiva, le rappresentazioni, all’interno di questa struttura, sono meno elaborate e sono dominate dalle teorie infantili.
Mai direttamente accessibile alla coscienza, il sistema è essenzialmente immutabile. Tuttavia, quello che può cambiare è il modo in cui la psiche dell’adulto accoglie i derivati dell’inconscio passato.
Il secondo sistema o “scatola” è pure inconscio; le rappresentazioni al suo interno possono essere, più o meno, soggette alla censura. È equivalente all’Io inconscio di Freud, ma contiene, anche, rappresentazioni inconsce normalmente attribuite al Super-Io. Differisce dal primo sistema perché è orientato al presente, piuttosto che al passato. Al suo interno, sono creati i compromessi per la risoluzione dei conflitti, facilitando, in questo modo, l’adattamento intrapsichico; il più importante di questi è la creazione e la modificazione di fantasie e pensieri inconsci attuali.
Mentre, nel primo sistema gli stimoli esterni possono innescare fantasie inconsce passate, nel secondo sistema comportano la modificazione costante delle rappresentazioni dell’interazione Sé-oggetto che sono, così, meno perentorie e dirompenti dei prodotti mentali del primo sistema. Esso è cognitivamente più coinvolto e più attentamente connesso con le rappresentazioni della realtà attuale. Esso condivide, anche, la proprietà dei sistemi inconsci di tollerare le contraddizioni.
La natura della seconda censura, che si trova al confine con il terzo sistema, si differenzia qualitativamente da quella che si trova al confine tra il primo e il secondo. Mentre quest’ultima può essere immaginata come analoga alla barriera della rimozione di Freud, la prima è principalmente orientata all’evitamento della vergogna, dell’imbarazzo e dell’umiliazione. Il terzo sistema è conscio e il suo grado d’irrazionalità è solo quello che può essere permesso dalle convenzioni sociali.
Il significato clinico di questa distinzione si evidenzia da sé. La prima scatola è una continuazione del passato nel presente. Essa è priva della cognizione di bisogno d’adattamento perché è basata sugli aspetti infantili del Sé del bambino. La seconda scatola è l’inconscio presente, costituito dagli adattamenti, qui e ora, ai conflitti e alle angosce scatenati nella prima scatola. Ne consegue che il materiale presente in questa parte della mente è probabilmente quello di più facile accesso alle interpretazioni e quindi, deve essere considerato quello più appropriato per gli interventi – ed è così a maggior ragione, poiché l’autorevolezza dell’analista, fornendo un’atmosfera di tolleranza che indebolisce le inibizioni che sono fondate sulla vergogna, sull’imbarazzo e sull’umiliazione, mette il paziente, o la paziente, in grado di superare la seconda censura. Le interpretazioni, anche quelle nell’ambito del transfert, che tentano di accedere direttamente alle presunte fantasie perentorie o di rivolgersi direttamente al bambino dentro senza prima rivolgersi ai loro derivati nel secondo sistema, inevitabilmente, confondono le due forme di inconscio riducendo, così, l’incisività dell’intervento.
Fantasie Inconsce
In un precedente articolo sulla metapsicologia della fantasia (Sandler e Nagera, 1963), Sandler, per primo, distinse tra fantasie che sono descrittivamente inconsce e fantasie che, derivando da un atto di rimozione, possono essere chiamate dinamicamente inconsce.
Le fantasie che hanno origine nel sistema inconscio, forniscono il contenuto ideativo di desideri insoddisfatti ma non costituiscono un appagamento di desiderio; esse, piuttosto, rappresentano l’esperienza gratificante. Per contro, le fantasie preconsce sono tentativi di soddisfacimento di desiderio o derivati di fantasie di soddisfacimento di desiderio. Ovviamente, le fantasie preconsce, in qualche modo, riflettono il fallimento del soddisfacimento di desiderio poiché incorporano derivati modificati difensivamente. Ciò che è dinamicamente inconscio agisce come fonte di ciò che è preconscio o descrittivamente inconscio che spinge verso la coscienza per raggiungere l’identità di percezione.
L’articolo di Sandler e Nagera distingueva, anche, tra fantasie consce (o sogni a occhi aperti che, grazie all’allentamento dell’esame di realtà, creano immaginarie situazioni di soddisfacimento di desiderio nella consapevolezza della loro irrealtà), fantasie preconosce, descrittivamente inconsce (sogni a occhi aperti inconsci) e fantasie inconsce (fantasie preconsce rimosse che, una volta rimosse, funzionano come ricordi di gratificazione e cui possiamo attribuire il nome di “fantasie” solo perché sono la fonte di fantasie consce e preconosce). Il processo del fantasticare inconscio era visto come una funzione dell’Io localizzata nell’Io inconscio e comprendente forme di pensiero sia infantili che più mature – che è un costante movimento, “avanti e indietro”, dentro il sistema preconscio. Sandler, nel 1975, in un capitolo sulle fantasie sessuali e nell’importante articolo del 1983 sui collegamenti tra teoria e pratica psicoanalitica, ha rafforzato l’importanza di riconoscere che non tutte le fantasie inconsce di soddisfacimento di desiderio si possono ricondurre alle pulsioni sessuali o aggressive; invece, alcune possono essere il soddisfacimento di desideri di sicurezza che proteggono contro le minacce all’autostima portate da sentimenti di colpa e di vergogna o, anche, dal mondo esterno.
Con lo sviluppo del modello delle tre scatole, il concetto di fantasia inconscia ha potuto essere ulteriormente elaborato (Sandler e Sandler 1986). Le fantasie inconsce della seconda scatola (l’inconscio presente) funzionano, adattativamente, richiedendo costanti modificazioni delle rappresentazioni Sé – Oggetto, in modo da ristabilire, continuamente, l’equilibrio dell’individuo; proprio come un giroscopio stabilizza un oggetto fisico grazie alla forza centrifuga e centripeta. Le urgenze e le fantasie perentorie dell’inconscio passato disturbano l’equilibrio mentale, ma sono elaborate nel secondo sistema al fine di ristabilire l’omeostasi. I desideri e gli impulsi che sorgono dagli strati più profondi dell’inconscio presente, minacciano l’equilibrio dell’individuo. A queste fantasie è dinamicamente impedito l’accesso alla coscienza dal giudizio sociale internalizzato della seconda censura. Per esempio, come reazione a una ferita narcisistica, fantasie grandiose e onnipotenti aiutano a restaurare l’equilibrio, ma, diventando incompatibili con il pensiero più maturo del bambino, sono tenute fuori della coscienza; per essere ammesse alla coscienza, esse sono ampiamente modificate (rese plausibili attraverso la razionalizzazione).
Le fantasie inconsce, che sono state modificate dall’attività difensiva, sono gratificate dalla creazione di una realtà compatibile con loro, per mezzo dell’esternalizzazione (attualizzazione) e rendendo plausibili tali azioni grazie alla razionalizzazione. I fenomeni psicotici hanno una funzione equilibratrice simile, ma in loro è sacrificata la plausibilità sociale.
Concetti Clinici
Transfert
In una monografia di grande acume, basata su una serie di articoli pubblicati sul British Journal of Psychiatry negli anni settanta, Sandler, insieme a Chris Dare e Alex Holder, esamina accuratamente molti concetti psicoanalitici fondamentali (Sandler, Dare e Holder, 1973). Una produttiva collaborazione con Ursula Dreher porta a una nuova edizione di questo testo largamente usato. Molti dei concetti lì trattati, meriterebbero di essere presentati qui, ma a causa dello spazio limitato, mi concentrerò solamente su alcuni di essi.
In un articolo del 1969, insieme con un certo numero di colleghi del Centro Anna Freud, Sandler rivide il concetto di transfert (Sandler e al., 1969). L’articolo confrontava il transfert nella situazione analitica con il transfert nella vita di tutti i giorni illustrando quali problemi possono sorgere nell’applicare uno schema di riferimento metapsicologico a un concetto clinico. L’uso clinico e tecnico del termine copre un largo spettro di esperienze che riguarda tutte le relazioni d’oggetto in generale. Sandler e i sui colleghi hanno identificato un certo numero di fenomeni che rappresentano dimensioni di transfert che andrebbero distinte sia per ragioni tecniche che concettuali (p.e., spostamento di desideri, conflitti, o reazioni ad altri, esternalizzazione di parti del sistema rappresentazionale, transfert di carattere, le cosiddette relazioni reali e l’alleanza terapeutica). Riformularono la questione di che cos’è e cosa non è transfert, chiedendosi “Quali dimensioni della relazione entrano nella speciale e artificiale situazione analitica? E come sono coinvolte nel processo di trattamento?” (pag. 643). Così, la ripetizione di relazioni passate, con le difese contro di esse, è solo una delle dimensioni di un fenomeno complesso.
L’elaborazione del modello delle relazioni oggettuali interne porta Sandler (1990) a riformulare il concetto di transfert. Secondo Sandler, i pazienti, attraverso l’attualizzazione nella situazione analitica, gratificano le loro fantasie di desiderio inconsce per mezzo di un’identità di percezione mascherata (Sandler, 1976b, 1990). Il riconoscimento di queste relazioni oggettuali interne nel transfert non costituisce un atto di percezione da parte dell’analista, ma, piuttosto, una costruzione, uno schema di riferimento imposto al materiale portato dal paziente.
Sandler sviluppò, ulteriormente, il significato di questa distinzione. Le costruzioni concernenti il mondo interno del paziente appartengono a uno stato attuale delle sue relazioni, non a ricordi, anche se questo stato attuale delle relazioni è contrassegnato da caratteristiche infantili e chiaramente implica un oggetto che riguarda l’infanzia (una figura parentale onnipotente o pericolosa e persecutoria). La ricostruzione, benché frequentemente confusa con la costruzione, procura una prospettiva temporale nel riscoprire lo stato delle relazioni del passato storico.
Anche la distinzione tra inconscio presente e inconscio passato aiuta nella comprensione del transfert (Sandler e Sandler, 1984).
Le fantasie transferali inconsce sono parte dell’inconscio presente con il loro scopo di ristabilire l’equilibrio psichico attraverso la manipolazione delle rappresentazioni del Sé e dell’oggetto. Esse sono tenute lontano dalla coscienza e sono espresse in forma mascherata perché violano i principi della seconda censura che protegge la coscienza dalla vergogna e dall’umiliazione. Sandler e Sandler (1987) mostrano come il continuo sforzo del paziente ad attualizzare le fantasie di desiderio dell’inconscio presente fa dell’analisi del transfert la via più convincente per la comprensione dell’inconscio presente. La stratificazione gerarchica delle fantasie inconsce della seconda “scatola” implica che le interpretazioni di transfert dovrebbero essere il più vicino possibile all’attuale centrale conflitto e alle resistenze immediate del paziente. Il presente andrebbe, sempre, interpretato prima del passato. Il passato andrebbe portato in primo piano solo per chiarire ciò che accade nell’attualità.
All’interno di questo schema di riferimento, l’analista e il paziente sono visti nel loro creare, congiuntamente, un modello esteso del Sé e del mondo del paziente. Come risultato, il paziente acquista una visione delle parti infantili del Sé che frequentemente è ripudiata, ma che, nel contesto clinico, è resa accettabile dall’atteggiamento tollerante dell’analista.
Controtransfert e Vicissitudini del Senso di Colpa
In un articolo che integra i loro scritti sulle relazioni d’oggetto interne e sull’inconscio presente e passato, Sandler e Sandler (1987) presentano una breve ma molto sofisticata descrizione del ruolo del senso di colpa nel lavoro psicoanalitico. Essi distinguono il senso di colpa accessibile all’interpretazione, visto come parte dell’inconscio presente, dall’ipotetico senso di colpa primitivo, impresso nelle fantasie arcaiche, dell’inconscio passato, che non può essere percepito ma solamente immaginato e ricostruito.
I Sandler rilevano numerose manovre per proteggersi dall’influenza destabilizzante del senso di colpa. Tutte mirano a modificare la rappresentazione dell’interazione Sé-oggetto (la fantasia inconscia) in modo da ristabilire l’omeostasi. Esse possono includere sentimenti di colpa attuali che sono provati per qualcosa di diverso dalla causa originaria. Nelle reazioni masochistiche, la colpa è espiata attraverso l’indirizzo dell’aggressività e del sadismo contro il Sé.
Le risposte di ruolo possono giocare una parte importante, provocando le critiche da parte di altri, quando la fantasia inconscia del Sé di essere rimproverato o disprezzato dall’introietto, “trapela” senza la consapevolezza del paziente. L’analista, nel suo controtransfert, può avere la consapevolezza di provare dei sentimenti di critica verso il paziente. Talvolta, la fantasia modificata può alleviare la colpa grazie a una sua ulteriore modifica, in modo che essa rappresenti una critica ingiusta; il paziente può attualizzare questa fantasia provocando delle accuse ingiuste che gli fanno avere sentimenti di rivendicazione e di auto giustificazione.
Tutte queste rappresentazioni possono essere comprese dall’analista, ma non sono percepite dal paziente se non con la loro interpretazione.
Regressione
I contributi di Sandler sono tutti fortemente orientati evolutivamente. Da nessuna parte questo è così chiaro come negli articoli sulla regressione. Il primo (Sandler e Joffe, 1965b) affronta i fenomeni ossessivi nei bambini e richiama il concetto di regressione funzionale di aspetti dell’Io (pag. 145). Questo modello suggerisce che modi particolari di funzionamento dell’Io possono essere associati a vari gradi di piacere, creando, così, un potenziale ritorno a quel modo di funzionare, alla stessa stregua della regressione pulsionale. I bambini ossessivi manifestano uno “stile particolare delle funzioni percettive e cognitive dell’Io” che mostra una fissazione dell’Io nel secondo o terzo anno di vita (pag. 436). Negli articoli di Sandler sulla depressione e sull’individuazione (Joffe e Sandler, 1965; Sandler e Joffe 1965a, b), la regressione è descritta come una risposta alla frustrazione e alla sofferenza che nasce dalla necessità di rinunciare ai primitivi stati ideali, magici e onnipotenti, in favore del riconoscimento della realtà; essa tenta di evitare il senso d’impotenza e la sua possibile conseguenza, la risposta depressiva. Certi modi di funzionamento dell’Io producono sentimenti di sicurezza e di padronanza e possono, così, esercitare un’azione di tirare indietro tanto quanto possono fare le fissazioni libidiche.
Sandler e Joffe (1967) sono stati i primi a riconoscere pienamente le importanti implicazioni teoriche della nozione di persistenza di Freud (1933), quando mettono in evidenza che “le strutture psicologiche nel normale corso degli eventi, non vanno mai perdute e che invece si creino nuove strutture supplementari, di crescente complessità, che nel corso dello sviluppo si sovrappongono a quelle più antiche. L’organizzazione più complessa che ne deriva, non deve soltanto fornire mezzi efficaci di scarica di controllo, ma deve anche comprendere sistemi d’inibizione nei confronti dell’utilizzazione delle strutture precedenti” [pag. 264].
Quindi, dal punto di vista di Sandler, la regressione è una disinibizione della struttura più antica piuttosto che una reale inversione o movimento a ritroso a quella struttura. La nozione di persistenza ha continuato a occupare una posizione centrale nel pensiero di Sandler. Per esempio, nel suo discorso presidenziale al Congresso dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale (1993), ha mostrato come l’identificazione primaria caratterizzi, invariabilmente, le percezioni interpersonali. Se osserviamo qualcuno che incespica su un ostacolo, automaticamente ci raddrizziamo, dimostrando il persistere della presenza di primitive modalità di pensiero che possono essere incorporate nel molto più elaborato processo di empatia.
Nel 1994, Sandler e Sandler estesero la nozione di persistenza applicando la distinzione tra inconscio passato e inconscio presente al fenomeno della regressione. Come si osserva clinicamente, la regressione (cioè, la regressione manifesta) non è un tornare indietro nel tempo, ma, piuttosto, un allentare il ruolo antiregressivo dell’Io. Questa funzione antiregressiva, che blocca il funzionamento dell’individuo a livelli di sviluppo inferiori (usando strutture che sono persistite attraverso lo sviluppo), è centrale per il fenomeno della resistenza in psicoanalisi. Così, la psicoanalisi può essere vista come il mezzo per mettere in grado il paziente di allentare, al servizio dell’analisi, il funzionamento antiregressivo. Permettersi di tollerare coscientemente dei desideri inconsci che prima erano intollerabili, mette in condizione di poter trovare migliori soluzioni o compromessi a conflitti tra fantasie di desiderio e motivi difensivi di auto protezione. Quindi, la regressione benigna, o l’allentamento controllato della funzione antiregressiva, è un agente centrale del cambiamento terapeutico.
Contributo all’Epistemologia
Quasi tutti i contributi di Sandler possono essere considerati contributi epistemologici. Il suo scopo principale sembra essere stato quello di spogliare la psicoanalisi da confusioni concettuali, circoli viziosi e reificazioni. Lo schema dei suoi scritti è stato quello di esplorare la storia di un termine o di un concetto in psicoanalisi e poi di studiare con cura i multiformi e scambievoli significati che gli sono stati attribuiti. Avendo analizzato i cambiamenti storici nella terminologia, egli spiega come siano emersi malintesi o siano state fuse insieme discussioni di livelli differenti di astrazione. Poi, con un numero minimo di assunti, propone un modello molto economico che racchiude i molteplici usi dei differenti significati del concetto in esame.
Un buon esempio di questo approccio è il suo articolo, sul concetto psicoanalitico di oralità, scritto con Christopher Dare (Sandler e Dare, 1970).
Forse, è stata la sua esperienza alla Clinica Hampstead, insieme alla sua crescita intellettuale nel tumulto teoretico della Società Psicoanalitica Britannica, che ha portato Sandler all’importante intuizione che molti degli sviluppi teorici psicoanalitici sono preceduti dalla costruzione inconscia di teorie parziali che si evolvono nella mente degli analisti in formazione nel loro sforzo di sviluppare dei modelli della mente dei loro pazienti. Nel suo articolo, spesso citato, sulle relazioni tra concetti e pratica in psicoanalisi (Sandler, 1983), egli mostra come tali proto-teorie siano necessarie e come sia necessaria la simultanea esistenza di costruzioni teoriche preconosce, incompatibili tra loro, nella mente di molti analisti. La prova di questa eterogeneità nei modelli della mente degli analisti, può essere trovata, prontamente, nell’uso di vari concetti psicoanalitici i cui significati non possono essere tratti senza considerare anche il loro contesto clinico. Il livello di corrispondenza tra la “teoria ufficiale” e tali intuizioni di prova determina la probabilità della loro emergenza nella coscienza. L’articolo di Sandler è un tributo alla tolleranza dell’ambiguità, tolleranza richiesta da teorici come lui che portano contributi essenziali spiegando idee che, per quanto comunemente si abbiano, rimangono inaccessibili a molti di noi.
Sandler è stato un elemento di un numero, sfortunatamente ristretto, di psicoanalisti pienamente impegnati sull’importanza della ricerca che completa il lavoro clinico. Fondamentalmente, è stato un empirista. Egli considerava la teoria psicoanalitica come uno schema di riferimento da applicare alle osservazioni “siano esse diagnostiche, terapeutiche, didattiche o di ricerca” (Sandler, 1960b, p. 128; Sandler, 1962). Egli riconobbe il ruolo del setting, oltre che come stanza di consultazione, anche come un mezzo per verificare ipotesi psicoanalitiche: “gli psicoanalisti costruiscono costantemente ipotesi psicologiche e qualsiasi luce possa essere fatta su queste ipotesi, sia nella stanza di consultazione, sia in laboratorio, può essere d’immenso valore” (Sandler, 1960b, p. 150).
Conclusioni
Sandler ha sviluppato una psicologia dei sentimenti, delle rappresentazioni interne e dell’adattamento attentamente legata ai comportamenti della coppia analitica nella situazione analitica. Oltre ad aver contribuito al cambiamento dei nostri punti di vista sulla teoria psicoanalitica, egli ne ha, anche, influenzato la tecnica. Il suo concetto di rispondenza di ruolo è in sintonia con la sua idea che il mondo interno implichi rappresentazioni interne del Sé e dell’oggetto, di azioni tra di loro e degli affetti che si sviluppano in conseguenza di tali azioni. Il modello di struttura psichica delle “tre scatole”, che evidenzia l’importanza della distinzione tra inconscio presente e inconscio passato, portò al fecondo riesame di ulteriori concetti clinici e metapsicologici, inclusi i concetti di transfert e controtransfert. In fine, Sandler è stato di valido aiuto nella formazione di un’apposita squadra di ricercatori analitici i cui contributi stavano iniziando a influenzare le idee analitiche. Egli è stato una forza di collegamento nel mondo psicoanalitico, tentando di trovare le connessioni tra idee apparentemente contrastanti e aiutando a ridurre il divario tra gli psicologi dell’Io americani, i kleiniani britannici e i teorici delle relazioni oggettuali. Forse, una valutazione più radicale del suo impegno potrebbe attribuirgli l’intento della preparazione di una base teorica per l’emergere di una teoria psicoanalitica relazionale.
Nessuna valutazione dei contributi di Joseph Sandler sarebbe completa senza la menzione di sua moglie, Anne-Marie Sandler. Naturalmente, molti dei lavori chiave sono stati scritti insieme a lei, incluso l’articolo sul modello delle “tre scatole” (Sandler e Sandler, 1983), il libro sulle relazioni d’oggetto (Sandler e Sandler, 1998), l’articolo sui ricordi (Sandler e Sandler, 1997) e così via. La descrizione caricaturale della loro associazione come di un teorico (JS) e di un clinico (AMS) è, davvero, molto lontana dalla realtà. Entrambi erano fermamente ancorati sia alla pratica che alla teoria. Anne-Marie ha contribuito a dare, al loro modello delle relazioni oggettuali, sia un timbro profondamente evolutivo, sia una prospettiva umana, quasi relazionale, altamente centrata sul transfert come il suo lavoro clinico ben rappresenta. La sua prospettiva, influenzata dalla sua esperienza personale come allieva di Jean Piaget e il suo immutato entusiasmo per l’analisi dei bambini, ha aggiunto un realismo alle ipotesi evolutive e una fondatezza alla descrizione degli incontri interpersonali che è abbastanza rara negli scritti psicoanalitici.
Sandler è stato un rivoluzionario silenzioso, ma, tuttavia un rivoluzionario. All’inizio della sua carriera, la psicoanalisi era dominata da una teoria meccanicistica degli affetti, delle relazioni e del lavoro clinico che era insostenibile. Dalla sistematizzazione delle conoscenze disponibili e dal loro esame riguardo alle osservazioni cliniche, Sandler ricavò un nuovo modello che, a chi lavorava con lui, sembrava essere poco più che una coerente riesposizione d’idee già esistenti. In ogni modo, spostare la psicoanalisi al livello delle rappresentazioni e riconcettualizzare la motivazione come organizzata dal desiderio di sicurezza, piuttosto che dalla riduzione dell’angoscia o della tensione, ha creato un ambiente profondamente diverso per gli sviluppi della teoria e della pratica. In particolare, comprendere le relazioni correnti, per quanto disorientanti, disadattanti o perverse, come motivate dal senso di sicurezza che tali schemi di relazione possono procurare, ha permesso di considerare la relazione effettiva, esistente tra paziente e analista, come il principale elemento organizzatore del pensare terapeutico. Questo importante passo avanti ha portato la maggior parte delle scuole psicoanalitiche sulla stessa piattaforma intellettuale per la prima volta dalla morte di Freud. Improvvisamente, ci fu posto per le idee kleiniane sull’identificazione proiettiva, per quelle dei britannici indipendenti sulle condizioni di contenimento e per i concetti di relazione d’oggetto e di Sé psicologico dei nordamericani. Forse, con l’importante eccezione della psicoanalisi francese, la teoria delle relazioni oggettuali, così com’è stata formulata da Sandler, ha potuto fornire un sentiero comune alla psicoanalisi anglosassone. Un segno del suo successo, è che Sandler è, forse, l’unico psicoanalista a essere regolarmente citato dai kleiniani britannici, dagli autori freudiani nordamericani e da tutti gli altri gruppi. L’attuale rivoluzione psicoanalitica, che ha riportato l’approccio interpersonale sullivaniano alla ribalta psicoanalitica, sarebbe stata inconcepibile senza il lavoro preparatorio determinato dallo spostamento d’importanza, da parte di Sandler, dalle pulsioni agli affetti, dall’Io e il mondo esterno al Sé e agli oggetti e dalle esperienze infantili represse all’inconscio presente. Sandler è stato il condotto tra ciò che rimaneva della prima psicoanalisi del 20° secolo e la psicoanalisi del 21° secolo. Egli merita la nostra gratitudine, non solo per i suoi importanti contributi intellettuali, ma anche per la possibilità che ha dato a tutti noi di diventare quelli che siamo.
Note:
Peter Fonagy, Ph.D., F.B.A. è Freud Memorial Professor of Psychoanalysis presso l’University College di Londra; Chief Executive presso l’Anna Freud Centre di Londra.
Sandler (1995) ha unificato le sue considerazioni con quelle della teoria dell’attaccamento.